Tsondue, monaco rompe il silenzio per raccontare

Riportiamo un articolo di oggi da PeaceReporter.it

Tsondue è un monaco del monastero Kirti di McLeod Ganj, Dharamsala. Ha la stessa apparenza di ogni altro monaco – la testa rasata, il vestito bordò, il rosario –  se non fosse per quella qualità intensamente seria e tuttavia serena del suo sguardo, che dirige – il più delle volte – verso il pavimento. È seduto in una stanza con altri tre monaci più giovani. Mentre parlano, ascolta con molta attenzione e prende appunti nel suo quaderno. Quando tocca a lui parlare, tutti nella stanza si alzano, congiungono le mani in segno di preghiera per offrire la loro benedizione, ed escono.

McLeod GanjTsondue comincia a parlare: la sua voce è roca, il tono è basso. Sono le prime parole che pronuncia in quattro anni. Ha fatto voto di silenzio, un silenzio in cui farà ritorno alla fine della nostra conversazione. Parla piano, enfatizzando le parole con ì gesti delle mani; ogni volta che termina una frase, accenna un sorriso e, con un leggero inchino, ringrazia per l’ascolto. Ha quarantadue anni ma sembra più vecchio, non tanto nel corpo quanto  nell’atteggiamento.
“Vengo da Golog, nella provincia di Amdo, in Tibet, dove ho trascorso l’infanzia con la mia famiglia di pastori nomadi. Mia madre è morta quando avevo otto anni, mio padre quando ne avevo sedici. Rimasto orfano, ho seguito la mia tribù nomade per altri tre anni, fino al mio ingresso nel monastero Kirti di Nawa. Lì, all’età di diciannove anni, mi fu data, per la prima volta in vita mia, la possibilità di studiare. Al tempo non sapevo leggere, né scrivere ed entrando in monastero avrei dovuto dedicare i successivi dieci anni allo studio. Dieci anni!”, ripete con l’entusiasmo di quel momento che ancora gli balugina negli occhi.
McLeod Ganj“Ma le cose andarono diversamente. Nel 1989, quattro anni dopo l’inizio della mia vita nel monastero, un’ondata di proteste scatenatasi  a Lhasa si è diffusa in tutto il Tibet. Con altri tre monaci, avevo in programma di prendere attivamente parte alle manifestazioni, ma, prima che fosse possibile, la polizia mi colse mentre affiggevo un poster in difesa del Dalai Lama e mi arrestò. Mi interrogarono in dieci, cercando di estorcermi i nomi dei miei compagni. In seguito al mio ostinato rifiuto di denunciarli, fui e picchiato e torturato”. Tsondue porta ancora i segni di quell’episodio su mani, braccia e schiena. “Mentre mi pestavano con i bastoni – ricorda – i poliziotti mi deridevano, dicendomi che il Dalai Lama sarebbe senz’altro accorso a salvare  un uomo tanto coraggioso. Lo scherno, perfino più del dolore fisico, rese la situazione intollerabile: persi i sensi diverse volte”.
“Dopo un mese di interrogatori fui condannato a due anni di reclusione nella prigione di Nawa. In carcere passai il mio tempo con prigionieri cinesi, provenienti per la maggior parte da altre regioni del Paese. Dopo una vita passata in completo isolamento rispetto alla popolazione cinese, nella solidarietà che deriva dalla condivisione della stessa sofferenza, feci amicizia con dei cinesi”.
McLeod Ganj“Una volta rilasciato, tornai nel mio monastero ma fui mantenuto sotto stretta sorveglianza. La mia stanza fu sottoposta a periodiche perquisizioni, nell’ultima delle quali, nel 1994, i poliziotti trovarono una foto del Dalai Lama e mi chiesero di presentarmi al commissariato il giorno successivo. Quella notte, solo e senza avvisare nessuno nel monastero, fuggii sulle montagne di Golog, dove per sei mesi mi nascosi dai poliziotti inviati sulle mie tracce. Poi, l’ultima notte dell’anno, scappai verso Lhasa e lì, con un amico, pagai una guida che ci conducesse attraverso il confine del Nepal; in seguito, mi rifugiai in India. Da allora – dice scuotendo tristemente la testa – non sono mai tornato a casa”.
“I miei sentimenti sono di speranza. In passato giunsi al punto di voler uccidere coloro che mi avevano arrestato, torturato e costretto a lasciare la mia casa e quando partii dal Tibet ero pieno di rabbia. Poi, però, ebbi la fortuna di ascoltare gli insegnamenti del Dalai Lama e finalmente capii: non esiste alcun beneficio nella violenza, in nessun caso, da nessuna delle due parti. Sono riuscito a perdonare tutti quelli che mi hanno fatto del male. Ora non ho che compassione per loro, perché mi rendo conto che sono vittime, proprio come lo sono io e il mio popolo: vittime delle condizioni, dell’ignoranza, della politica. Prego ogni giorno perché arrivi il momento in cui cinesi e tibetani possano recuperare la storia di fratellanza che hanno costruito vivendo fianco a fianco per secoli”.
McLeod GanjCon un ultimo inchino, Tsondue sorride, si alza e si dirige verso la porta. Prima di uscire si ferma e mi guarda negli occhi. Quello sguardo risoluto e sereno è ora completamente puntato su di me: “Racconta la mia storia”, mi chiede, “per favore”. E aggiunge: “Non voglio che chi ascolta stia dalla mia parte, perché finché esistono parti opposte non esiste pace. Bisogna che ciascuno capisca, da sé, qual è la strada verso verità e libertà”. Poi china leggermente il capo e, con passo lento, va via. Tornando al suo silenzio.

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