Un centro culturale per ricordare le statue buddhiste del Bamiyan

Lo studio argentino M2R si è aggiudicato il concorso internazione indetto da Unesco e Ministero dell’Informazione e la Cultura dell’Afghanistan per la costruzione di un centro culturale nel Bamiyan, in ricordo delle statue buddhiste distrutte dai talebani nel 2001.

La distruzione delle due imponenti statue buddhiste fece scalpore in tutto il mondo, fu uno shock per tutto il mondo culturale, non solo buddhista, soprattutto quando si scoprì che le due statue nascondevano i dipinti ad olio più antichi del mondo. Nel VI secolo la popolazione della Valle del Bamiyan scolpì le due statue, alte più di 60 metri, nella roccia della montagna per segnare il luogo più occidentale raggiunto dall’espansione sulla Via della Seta. I Buddhisti meditavano vicino a loro e i monaci venivano in visita perfino dalla Cina. La gente del luogo aveva anche una leggenda su di loro: che fossero due sfortunati innamorati, appartenenti a due religioni diverse e per questo trasformati in roccia.

Nel 2001 vennero distrutte con la dinamite e nel 2003, quando i talebani persero il potere in Afghanistam, l’Unesco eresse il luogo a Prtrimonio dell’Umanità. Questo fece sorgere la domanda: i due Buddha saranno mai ricostruiti? Gli archeologi tedeschi avrebbero voluto ricostruirli, ci fu anche un tentativo di farlo con il laser, ma l’Unesco, che per questo genere di cose segue quanto affermato nella Carta di Venezia, non ha permesso la ricostruzione, dato che bisognerebbe ricostruirli con i materiali originali.

Al posto della ricostruzione ha però lanciato un concorso, per la costruzione di un centro culturale a loro memoria. Oltre 1000 progetti sono stati inviati, in forma anonima, da quasi 200 paesi diversi, ma il vincitore è stato il progetto dello studio M2R “Descriptive Memory: The Eternal Presence of Absence” (Memoria descrittiva: l’eterna Presenza dell’Assenza), che ha prevalso sugli altri quattro finalisti: Ahmet Balkan (Turchia), Noël Dominguez (Francia), Costas Nicolaou (Cipro) y Graham Baldwin (Paesi Bassi).

Il progetto si rifà alla cultura locale e, a giudicare dai rendering, sarà uno spazio aperto, ampio e tranquillo, come una versione contemporanea dei santuari che venivano costruiti alle pendici delle montagne di quelle aree centinaia di anni fa. Costruirlo scavato nel paesaggio è parte fondamentale del progetto, dice Nahuel Recabarren, a capo del team che prevede anche Manuel Alberto Martínez Catalán e Franco Morero: oltre al fattore fisico del suolo che lì è in grado di trattenere una grande quantità di calore, aiutando la preservazione della struttura dal freddo, incavare la struttura nella roccia ha il carattere simbolico di mimare il lavoro dei monaci buddhisti che ere fa costruivano i loro santuari nelle caverne.

Fonti: Wired | Arquitectura Viva

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