Myanmar, 3 condanne per insulto alla religione

Myanmar problemi per gestore bar per immagine su Facebook

Problemi con la legge per due gestori di un bar e il proprietario. La causa? Un’immagine sulla pagina Facebook del bar usata per promuovere un evento.

Il gestore del bar VGastro Philip Blackwood, 32 anni, dalla Nuova Zelanda, insieme al proprietario, U Tun Thurein, 40 anni, e al manager, U Htut Ko Ko Lwin, 26 anni, sono stati condannati a due anni di prigione per aver postato un’immagine di Buddha che indossa delle cuffie (quelle per ascoltare la musica). Ai due anni sono stati aggiunti anche altri sei mesi, per aver illegalmente tenuto aperto il bar dopo le dieci di sera.

La corte di Yangon ha deciso che quella immagine denigrava il Buddhismo ed era in contrasto con il Religion Act dello stato, che vieta di insultare, danneggiare o distruggere la maggiore religione dello stato, il Buddhismo. La condanna è arrivata nonostante l’immagine sia stata rimossa dopo poco essere stata postata, con un messaggio di scuse: “La nostra ignoranza ci imbarazza e ci impegnamo a correggerla, studiando meglio la religione, la cultura e la storia del Myanmar, caratteristiche che rendono questa società così ricca e unica.”

Quest’ultimo caso si va ad aggiungere ai molti che negli ultimi anni rendono tristemente noto il Myanmar nel mondo, che vedono spesso i buddhisti protagonisti di atti d’intolleranza religiosa ed etnica nei confronti della minoranza musulmana Rohingya, popolazione che le Nazioni Unite hanno definito “una delle popolazioni più perseguitate del mondo” in quello che lo studioso di Harvard Maung Zarni ha chiamato un “genocidio a combustione lenta”. Tra il 2012 e il 2013 centinaia di persone sono morte in questi scontri che trovano il movimento 969 fra i maggiori fautori: monaci che usano gli insegnamenti buddhisti (noti globalmente per il loro messaggio di pace e comprensione) per incoraggiare la violenza. Addirittura a febbraio era uscita la notizia della revoca – solo un giorno dopo averlo concesso – del diritto di voto per i membri della minoranza, a causa delle proteste dei nazionalisti buddhisti.

Queste violenze avevano portato anche i maggiori leader buddhisti a scrivere una lettera indirizzata al paese. Potete leggere la traduzione qui. Anche il maestro Jack Kornfield nel settembre 2014 aveva scritto un interessante e comprensivo articolo su questa situazione, lanciando una chiamata all’azione per porre fine a queste violenze (alla fine dell’articolo ci sono i contatti dove poter mostrare il proprio supporto).

Il Myanmar non è l’unico paese dove i buddhisti mostrano insofferenza per l’utilizzo delle immagini del Buddha. La Thailandia, ad esempio, nel 2011 ha vietato agli stranieri di farsi tatuaggi con l’immagine sacra di Buddha. D’altra parte bisogna anche considerare l’uso eccessivo, a volte in modo anche poco rispettoso, che si sta facendo negli ultimi anni dell’immagine del Buddha: in questo articolo ne abbiamo elencato alcuni.

Fonti: New York Times
Foto: © Soe Than Win/Agence France-Presse — Getty Images

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