Mormoni: la missione corre sul web

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Il test per far usare Facebook  e gli altri social network ai giovani Mormoni nel loro periodo di missione è partito in gran segreto nel 2010. Vediamo come sta andando.

Il periodo di missione, autofinanziato dal credente o dalla sua famiglia, per i membri della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni arriva intorno ai vent’anni. Durante questo periodo (2 anni per i maschi, 18 mesi per le femmine) i missionari vengono mandati in una zona generalmente lontana dalla propria casa con il compito di fare proselitismo.

«Al 31 dicembre 2009, c’erano 51.736 missionari mormoni che prestavano servizio in 344 missioni in tutto il mondo. Il loro lavoro, spesso in cooperazione con i membri locali, portò al battesimo di 280,106 convertiti nel 2009. L’autore David Stewart fa notare che il numero di battesimi di converiti per missionario per anno è sceso da 8,03 nel 1989 a 4,67 nel 2005. Stewart sostiene che il numero di convertiti crescerebbe se i missionari mormoni facessero sforzi più grandi nell’incontrare nuove persone. Fa notare che la compagnia media dedica solo quattro o cinque ore a settimana tentando d’incontrare nuove persone.» (Wikipedia)

Forse è anche per porre rimedio a questo calo “d’affluenza” che è partito il test sull’uso della tecnologia per i missionari. Nonostante i Mormoni abbiano sempre avuto un ottimo rapporto con la tecnologia – la prima linea del telegrafo è stata costruita con il loro aiuto e la prima televisione è stata inventata da un Mormone – dalla fine degli anni ‘70 fino a 2-3 anni fa, durante il periodo lontano da casa i missionari dovevano seguire regole piuttosto rigide: non potevano usare i telefoni cellulari, navigare in internet o guardare film (salvo quelli legati alla fede); non leggevano altro che non fossero testi religiosi o riguardanti la missione e potevano chiamare a casa solo due volte l’anno, per la Festa della Mamma e a Natale: per tenere i contatti con amici e familiari usavano lettere scritte a mano. La ragione di queste restrizioni era il preservare i ragazzi da qualunque cosa potesse distrarli dal loro lavoro in missione.

Le cose però ora sono cambiate: da aprile 2013 infatti i missionari possono avere accesso alla posta elettronica per un tempo limitato una volta la settimana (sempre in compagnia del proprio compagno/a di missione, come da regolamento). Inoltre dal 2010 la Chiesa ha dato avvio a missioni-test segrete, nelle quali l’uso della tecnologia era permesso, per valutare i rischi e i benefici di questo nuovo elemento nella vita del missionario. Si sa che ci sono almeno una trentina di missioni-test in giro per il mondo: alcune si sono concentrate sull’uso di Facebook (come nel caso di Brandon Gonzales a Philadelphia); altre, come a West Billings in Montana, sono stati utilizzati dei blog che i missionari tenevano raccontando le proprie esperienze; a Mosca invece ai missionari sono stati distribuiti degli iPod Touches (completi di mappe, dizionari e scritture in russo e inglese, video di interventi dalla Conferenza Generale e più di mille canzoni per sollevare lo spirito) che si sono dimostrati molto utili per completare il lavoro faccia a faccia con chi aveva già dimostrato interesse, più che nella ricerca di nuovi adepti. Sebbene la Chiesa non abbia rivelato il risultato di queste missioni-test, la nuova tecnologia sembra comunque evidenziare il doppio proposito delle missioni: acquisire convertiti e confermare la propria fede, perché, come dice un’attuale missionaria al mensile Atlantic, “devi convertire te stesso prima di poter convertire gli altri.”
La tecnologia non ha toccato però solo i missionari. Nell’era di internet la Chiesa – come i templi buddhisti – si è dedicata alla propria immagine “digitale”: ha ri-adottato il termine “Mormone” per la sensibilizzazione dei propri siti internet, riconoscendo che gli utenti, nei motori di ricerca, non inseriscono l’esatta, ma più lunga dicitura “Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni”. Nel 2011 inoltre è stata lanciata la campagna “I am a Mormon” (Sono un Mormone).

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La scelta per l’uso dei social network anche nel periodo della missione è stata dunque presa dal 91enne L. Tom Perry, membro anziano del Quorum dei Dodici Apostoli (il supremo consiglio di anziani della chiesa) e comunicata pubblicamente con un web broadcast.

Questa scelta ha scatenato reazioni diverse. Brendan Elwood, uno dei primi a far parte di una missione-test, fu scioccato perché «tutto fino a quel momento ruotava intorno al fatto di evitare ogni contatto con il mondo esteriore», mentre Brandon Gonzales pensò si trattasse di uno scherzo. Alcuni membri hanno sollevato dei dubbi riguardo l’uso della tecnologia, temendo tre fattori in particolare: la perdita di tempo online, l’accesso alla pornografia e la sicurezza. Questo non sembrano però aver intimorito la maggior parte dei missionari che hanno accettato di partecipare ai test, forse per la stessa motivazione di Gonzales: “Vivo a Philadelphia. Non si può cancellare ciò che si vede per strada.”
Contrariamente alle aspettative anche i membri anziani sembrano favorevoli all’uso della tecnologia per fare proselitismo. Gary Batchelor si è dimostrato eccitato dal fatto di poter ridurre il tempo passato a bussare alle porte; in qualità di ex-presidente di una missione sa bene quanto può essere scoraggiante fronteggiare costantemente i rifiuti: «è una benedizione, nessuno ormai apre più la porta.»
«Le persone sono sempre meno intenzionate a far entrare degli sconosciuti nella propria casa.» commenta Perry «La maggior parte dei loro punti di contatto sono su internet.» Ben Carraway, missionario a Philadelphia fra il 2011 e il 2013, parlando della comunicazione online dice: «C’è meno pressione – Online è online, invece che [avere] tre persone sul pianerottolo» e le persone possono rispondere con più libertà nei propri momenti liberi.
E anche le distanze vengono abbattute: da quando è stata inserita la possibilità di chattare al Missionary Training Center di Provo (Utah) [http://www.mtc.byu.edu/] sono state convertite persone in 42 stati e 20 paesi diversi – il presidente di una missione a Mosca ha affermato che due missionarie sono state in grado di battezzare una donna, tenendosi in contatto attraverso Skype. Nel Centro sono inoltre insegnate 57 lingue, tra le quali la lingua hmong (appartenente al gruppo etnico di una ragione montuosa fra Cina, Vietnam, Laos e Thailandia), islandese e samoano.

«I nuovi missionari» fa notare però Ben Caraway «non dovrebbero poter usare Facebook da subito» ma solo dopo un po’. «Se sei un nuovo missionario, casa è sempre nei tuoi pensieri ed è facile farsi tentare e guardare a casa, vedere cosa fa la gente e gli amici.»

«È innegabile che Facebook, gli iPad e la multimedialità cambieranno il campo delle missioni.» scrive Shira Telushkin nel suo articolo dell’Atlantic «I missionari che utilizzano i social media […] si troveranno ad affrontare molti meno rifiuti nel loro lavoro quotidiano e si connetteranno più facilmente con chi è interessato a sentire il loro messaggio. Sentiranno anche più messaggi anti-mormoni e avranno un maggiore accesso a storie alternative ai mormoni. Passeranno più tempo a guardare degli schermi. Le loro missioni probabilmente perderanno un po’ dell’avventura [che avevano quelle] dei loro padri, che camminavano per chilometri lungo strade buie senza niente di più della sensazione che una casa laggiù li stesse aspettando. I missionari futuri potranno far visita solo alle persone che hanno già contattato e chiamato, e con le quali hanno già confermato un incontro. Ma per il romanticismo perduto, un sistema molto più efficace è guadagnato. Potranno essere la prima generazione di reinventare l’esperienza fondante del proselitismo mormone.»

Fonti: The Atlantic | TMNews

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