Myanmar: i buddhisti diventano i nuovi fondamentalisti?

Copertina Time Magazine su Wirathu

La situazione in Myanmar fra la popolazione buddhista e la minoranza islamica si fa sempre più critica e in questo caso sembra siano i buddhisti i fondamentalisti.

Un movimento in particolare è protagonista in questa situazione, conosciuto come 969, costituito da uomini in abiti monacali. Il nome del gruppo, anche quello è costituito da numeri che sono importanti per il Buddhismo: 9 sono gli attributi speciali del Buddha, il 6 sono gli attributi degli insegnamenti del Dharma, l’ultimo 9 sono le speciali caratteristiche del clero. Nonostante questo forte legame con la religione che non si fa difficoltà a definire come la più pacifica fra le religioni, questo movimento sta fomentando l’odio contro i musulmani in Myanmar, in modo fondamentalista. E soprattutto in chiave nazionalista, tanto da portare il dottor Muang Zarni, attivista per i diritti civili burmese e ricercatore alla London School of Economics, a definirli addirittura neonazisti.

Dall’intervista riportata da Vice:

Utilizzo il termine neonazisti perché il loro intento è il genocidio, nel senso che i Musulmani in Myanmar – tutti, anche quelli etnicamente burmesi, sono considerati sanguisughe nella nostra società nello stesso modo in cui gli ebrei erano considerati sanguisughe e succhisangue durante il Terzo Reich quando il Nazismo metteva radici.
C’è un parallelismo fra quello che abbiamo visto nella Germania nazista e quello che stiamo vedendo oggi in Myanmar. Il movimento 969e i suoi portavoce chiamano all’attacco con i musulmani nel Myanmar – e non solo i Rohingya nel Myanmar occidentale che sono stati erroneamente imprigionati come migranti illegali dal Bangladesh […]. Le persone buddhiste che cercano di aiutare i musulmani o che comprano nei loro negozi o sono picchiati o intimiditi o ostacolati da altri buddhisti.
Inoltre, anche i militari sono coinvolti in questo movimento. Nel igliore dei casi, le autorità militari tollerano il messaggio di pericolo che viene dai predicatori buddhisti. Nel peggiore dei casi, e questo credo che sia vero, elementi all’interno della leadership militare appoggiano il movimento.”

Interessante anche l’intervista del ricercatore su Trycicle del 28 marzo 2013. (inglese)

Questo movimento è guidato dal monaco Wirathu, accusato di incitare la violenza contro la minoranza musulmana con i suoi sermoni, nei quali afferma che la crescita dell’Islam sta mettendo la cultura buddhista del paese in pericolo e che il credo islamico incoraggi le persone ad avere un “cattivo carattere”. Sebbene siano una minoranza, egli considera i musulmani come una minaccia per “le persone, il paese e la religione” perché “quando qualcuno andò in una scuola della Virginia armato e uccise, non ha avuto importanza che i maestri e gli studenti fossero la maggioranza”. Nonostante questo dice di non voler incitare la violenza contro di loro – e questo è il minimo data la sua posizione di monaco buddhista: non crede infatti che la violenza risolverà il problema e dice che molte delle citazioni più infiammate che gli sono state attribuite sono state prese fuori contesto o non sono corrette.

Il monaco Wirathu è una persona pacifica e non è un terrorista. Guardando nel mondo, in Afghanistan, in Indonesia chi sono i principali colpevoli quando si tratta di terrorismo?” chiede Htway Maung Kyaw, un anziano libraio di Yangon che ha studiato in Gran Bretagna. “È vero che è stato in prigione” dice, riferendosi alla reclusione del leader del movimento 969 nel 2003 sotto la giunta con l’accusa di aver incitato la violenza contro i musulmani “Ma quello è successo sotto un regime militare (durante il quale molte persone furono imprigionate). Lui stava lottando in nome dell’umanità.”

Il venerabile Ashinkumara, monaco e membro del movimento 969, dice che il suo controverso amico ha un “cuore tenero” e che sono stati proprio i musulmani “quelli che hanno fanno iniziare gli scontri”, aggiungendo: “non credo che Wirathu abbia chiamato alla violenza.”

A difesa del monaco parla anche Ko Moe, uomo d’affari e fondatore di opere di carità buddhiste, il cui nonno materno era musulmano e la cui nonna dice sia stata obbligata a convertirsi dal Buddhismo. “Wirathu non dice alle persone di combattere contro l’Islam. Sta cercando di far passare il messaggio che le persone dovrebbero proteggere la propria religione e razza. […] c’è preoccupazione per il fatto che la popolazione musulmana sta crescendo più in fretta di quella del Burmese”, portando ad esempio i casi della Indonesia, della Malesia e del sud-est della Thailandia che sono ora a maggioranza musulmana. “Ciò di cui parla Wirathu è patriottismo.”

In parte quello che dicono è vero, come si può dedurre da questo video di uno dei sermoni del monaco Wirathu: il patriottismo è certamente l’argomento principale.

Ma bisogna tenere anche ben presente che con il termine “violenza”, non si intende solo la violenza fisica, ma anche quella psicologica. E dal momento in cui si instilla nella mente delle persone l’idea di una minaccia per il proprio paese, di cospirazioni o di una guerra – e questo monaco lo fa dato che, prendendo in considerazione solo questo video, parla apertamente di “nemici” – la violenza fisica è dietro l’angolo che sta arrivando. E infatti sulle macerie delle moschee e case di musulmani devastate o bruciate negli scontri che si sono diffusi dopo lo scoppio, l’anno scorso, dell’intolleranza contro la minoranza di etnica Rohingya campeggia il logo del 969. In quell’occasione erano morte 200 persone e da allora gli scontri si sono espansi in tutto il paese; in marzo uno diverbio fra un negoziante musulmano e un cliente buddhista è stato la scintilla per scontri che hanno fatto perdere la vita a 30 persone e distrutto 10 moschee, insieme a case e negozi musulmani.

Qualche mese fa anche il gruppo Anonymous si è mobilitato a favore della minoranza, lanciato un internet mob con l’hashtag #RohingyaNow.

Nelle moschee alle persone non piace parlare di questa questione in modo pubblico, ma è diffusa l’idea che questa discriminazione non è meramente religiosa, ma piuttosto si tratta di “certe persone che cercano di ottenere potere politico.” dice un imam “Noi musulmani siamo qui da mille anni e siamo anche noi Burmesi.” Sulle pareti esterne dei negozi e ristoranti halal, anche i musulmani hanno iniziato a porre il loro talismano numerico: 786, in riferimento alla frase del Corano “Nel nome di Allah, il più grande e sempre misericordioso” che ha come valore numerico 786. (The diplomat). Il movimento di Wirathu ha risposto attaccando adesivi il proprio numero nei negozi, nei banchetti de venditori per strada, nei negozi del té, per identificare la propria identità buddhista.

Si mormora da tempo di influenti manovratori, magari nella vecchia guardia militare preoccupata di perdere influenza. In tale clima di fuoco, il pericolo di nuovi massacri è reale. E mentre Wirathu si allinea sempre più sulle posizioni del governo – ha accusato il partito di Suu Kyi di essere infiltrato dai musulmani – “la Signora” rischia di finire all’angolo. Le pressioni per omologarsi alla battaglia nazionalista sono enormi; se il “969” sostenesse Thein Sein nelle elezioni del 2015, un trionfo della candidata presidente Suu Kyi sarebbe tutt’altro che certo, anche senza brogli.” (La Stampa)

Fonti: Vice | NBC | La stampa | Irrawaddy

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