Fuori dalla Chiesa: l’ashram

Domani avverrà la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, Papa Wojtyla. Per questa occasione abbiamo deciso di parlarvi di un luogo di incontro fra la cristianità e la filosofia indiana: l’ashram Saccidananda.
Il nome Saccidananda è una parola sanscrita tripartita che raccoglie tre parole molto importanti per la fede vedica: origine del tutto, sapienza, beatitudine e significa Ashram della Santissima Trinità. La parola Trinità, richiama perfettamente ai suoi fondatori: il prete francese Jules Monchanin (1895-1957), e il monaco benedettino francese Henri Le Saux (1910-1973) che, emigrati in India, fondarono l’ashram nel 1938 a Shantivanam (il bosco della pace) a Tannirpalli, frazione di Kulithalai, nel Tamil Nadu e addirittura Jules Monchanin adottò il nome di Parma Arupi Anananda (“uomo della gioia suprema dello Spirito” o “suprema gioia senza forma“), mentre Le Saux scelse il nome Abhishiktananda (“beatitudine di Cristo” o “colui la cui gioia è la benedizione del Signore“). Il monaco trappista Francis Mahieu si unì a loro nel 1953, e successivamente fondò Kurisumala Ashram con Bede Griffiths nel 1958. Griffiths si trattenne nell’Ashram Saccidananda nel ’57-’58, e fu tornò al monastero nel 1968 come persona di riferimento in quanto Jules Monchanin era già morto, mentre Le Saux preferiva passare gli ultimi anni della sua vita nel suo eremo sull’Himalaya.
L’obiettivo iniziale dei due sacerdoti era quello di fondere il monachesimo benedettino ad un modello di vita dell’ashram. Monchanin, che era più di un intellettuale che Le Saux, non voleva identificare il concetto di Assoluto Advaita con la Santissima Trinità, affermando che “la mistica cristiana è trinitaria o non è niente”, ma credeva che con molto lavoro sarebbe stato possibile far conciliare le due tradizioni mistiche, e questo era il principio su cui è stata fondata Saccidananda Ashram. L’integrazione dei Vedanta con il cristianesimo è un punto su cui i due fondatori di Ashram Saccidananda differivano: Le Saux era più radicale nel suo pensiero di Monchanin. Mentre Monchanin pensava di cristianizzare le altre religioni, Le Saux (che spesso indicava Monchanin come il suo “Guru cristiano”, sebbene non ci fosse una  chiara relazione maestro-discepolo tra i due) riteneva che le religioni non-cristiane avrebbero potuto trasformare il cristianesimo stesso.
La fusione tra le due fedi comunque è palese in tutta la struttura, già a partire dalla porta d’entrata.

Sopra il portone d’entrata infatti ci sono tre figure: una raffigura Dio Padre come maschile, l’immagine androgina rappresenta invece Gesù e un volto femminile al posto dello Spirito Santo. Al centro del piazzale poi si trova il simbolo dell’ashram, una croce cosmica: la croce simboleggia l’unione di maschio e femmina, mente e materia. Nel suo centro è la scritta in sanscrito “Om” che rappresenta Cristo come Verbo Divino, quale Logos, o Shabda Brahman – il suono senza suono che echeggia in tutta la creazione. La ruota rappresenta il samsara, il ciclo della nascita e della morte, che tutti dobbiamo spezzare per raggiungere mokshar (liberazione).
Il Vimana, o cupola, sopra il tempio del santuario è stato progettato da Jyoti Sahi, un artista geniale e uno dei primi discepoli di Bede Griffiths. Adornato proprio come gli indù del tempio cupola, questo vimana è costruito utilizzando il simbolismo della Bibbia: l’umanità redenta e creazione redenta trovano la loro evoluzione in Cristo, che è raffigurato seduta in varie posizioni yoga.
Inoltre nel luogo per la pratica dello yoga, meditazione e canto si può trovare una statua di Gesù nel fiore di Loto, come uno yogi. Quattro statue, una adiacente all’altra, sono direzionate nei quattro punti cardinali, seduti ginocchio contro ginocchio nella classica postura del loto. Esse sono posizionate in un grande loto nero, e anche Gesù è nero, che richiama la Madonna nera, a significare che questa è una divinità della terra.
Anche nel santuario del tempio di Shantivanam con il suo sancta sanctorum cristianesimo e induismo si fondono. Il luogo è avvolto nel buio, perché la presenza divina è un mistero per la mente, ma non per il cuore.  Il tabernacolo di pietra contiene l’ostia consacrata e l’altare – anch’esso di pietra – è utilizzato dal sacerdote che celebra l’Eucaristia in una liturgia di rito indiano che coinvolge tutti gli elementi dei tradizionali riti indù come il fuoco, l’incenso e i fiori

Fonti: Chiesa.Espresso | Blog Stefano Signori | The Bede Griffith Trust | Russill Paul | Wikipedia

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...