Afghanistan: cinesi contro un sito archeologico buddhista di 2600 anni fa

Siamo nella regione di Mes Aynak, a circa 20 km da Kabul e l’attenzione della stampa internazionale è concentrata qui per la sorte di un complesso monastero buddhista, antico di più di 2000 anni, ritrovato nella zona. Sito archeologico di grandissima importanza per la storia religiosa e culturale della regione, che però ha la sfortuna di trovarsi sopra una ricca vena di rame per la quale i cinesi hanno sborsato 3 miliardi di dollari – il più grande investimento straniero in terra Afghana, dopo essersi aggiudicati i diritti di estrazione nel 2007, tramite quelli che, alcuni, definiscono rapporti discutibili. Il monastero (cosa forse un po’ ironica) è stato trovato all’inizio del 2010 proprio dagli operai cinesi della MGC (China Metallurgical Group Corp). Agli archeologi erano stati dati 3 anni per scavare il sito e recuperare tutti i reperti all’interno; reperti che comprendono pareti affrescate, oggetti devozionali, stupa, e tantissime statue del Buddha realizzate nello stile di Gandharan – stile molto diffuso in Pakistan e India in quel periodo. I cinesi invece hanno invece deciso di spostare il termine per gli scavi a fine 2010: cosa che ha lasciato senza parole gli archologi coinvolti. Secondo un archeologo che lavora nel sito, 3 anni non sarebbero stati sufficienti neanche per iniziare a recuperare i reperti; inoltre la mancanza di forza lavoro e di finanziamenti rendono altamente improbabile che si riesca a recuperare la maggior parte di oggetti dal sito. Se quel sito andasse perso sarebbe una tragedia paragonabile solo a quella di Bamiyan, regione dell’Afghanistan centrale, dove numerose statue del VI secolo furono deliberatamente distrutte dai talebani nel 2001. Certamente i ricavi annuali che il governo afghano riceverà dalla miniera di rame – circa1,2 miliardi di dollari – sono una buon incentivo a non ascoltare chi chiede a gran voce la preservazione del valore storico e culturale della zona. “Il mondo sente solo parlare della guerra” dice Abdul Khalid uno degli archeologi al lavoro sul sito “ma non sanno che noi abbiamo ereditato grandi cose dai nostri antenati. E’ una vergogna che i cinesi vengano qui a distruggere la nostra storia.” Quel che fa più arrabbiare è che quel sito archeologico andrà perso per dei meri fini economici e soprattutto che quanto questi grandi guadagni porteranno poi ad una evoluzione sociale del paese non si sa. Per ora si sa che porterà alla distruzione di un grande patrimonio culturale, già fortemente debilitato da anni di guerre civili, leader non attenti e spegiudicati cacciatori di tesori. Philippe Marquis, della delegazione francese in Afghanistan (DAFA) aggiunge: “Le persone hanno il diritto di sapere molto di più della propria storia. […] Questo sito dimostra quanto questo paese fosse ricco una volta e che in alcuni momenti della sua storia è stato potente e in grado di fare grandi cose.” Se si riuscisse, una soluzione potrebbe essere quella di trasportare tutti i reperti via da quella zona, una parte nella zona del Logar dove deve essere costruito un nuovo museo e una parte al restaurato museo nazionale di Kabul. Sfortunatamente le statue saranno mostrate senza testa, rubate da trafficanti di antichità. Nel 2002 il sito è stato saccheggiato da ladri molto ben organizzati e meno del 2% di ciò che è stato rubato è stato recuperato. Ma i progetti cinesi non coinvolgeranno solo questa zona, ma tutto il paese: è in programma infatti di costruire due centrali elettriche e due linee ferroviarie. La cosa migliore sarebbe che l’Afghanistan cercasse non solo di guadagnare attraverso progetti puramente economici, ma anche attraverso il suo grande background storico e culturale. “Questa miniera è solo un test…” dice Philippe Marquis “E’ possibile sviluppare questo paese  e anche preservare la sua storia?”

AGGIORNAMENTO 11/05/2015:
Sulla vicenda di Me Aynak, è stato prodotto anche un documentario e una campagna di crowdfunding. Tutte le info sul sito ufficiale: Saving Mes Aynak.

Fonte:
Asia Society
The Guardian
Foto: Joanie Meharry

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