Tibet: aperto a Dharamsala congresso esuli su futuro nazione

Riportiamo da swissinfo.ch

NEW DELHI – Si è aperto a Dharamsala, nel nord dell’India, alla presenza del Dalai Lama, il congresso che riunisce circa 500 rappresentanti della politica e della società civile tibetane in esilio in tutto il mondo, convocato per discutere, da oggi fino al 22 novembre, del futuro del Tibet e per stabilire una nuova strategia per l’autonomia dopo gli insuccessi nei rapporti con la Cina, riconosciuti anche dallo stesso Dalai Lama. Si tratta della più grande riunione della comunità tibetana da 60 anni.

La Kashag, l’organo esecutivo del governo tibetano in esilio, ha dato il benvenuto a tutti coloro che hanno deciso di partecipare alla riunione speciale e in un comunicato ufficiale afferma di voler sgombrare il campo da alcuni equivoci sui motivi che hanno spinto il Dalai Lama a volere l’incontro. “Alcune persone – vi si legge – dicono che questa riunione speciale sia frutto di una strategia politica, altri che in questo modo l’Amministrazione centrale tibetana intende dare ad altri la colpa del fallimento dei colloqui sino-tibetani. E’ stato anche detto che l’Amministrazione Centrale tibetana intende cambiare la sua politica. Coloro che fanno tali speculazioni non sono consapevoli della realtà. Noi siamo sempre stati molto trasparenti – si legge ancora – non abbiamo mai fatto pressione su nessuno e ci assumiamo la piena responsabilità dei risultati dei colloqui. Riguardo la possibilità di cambiare politica, questo sarà deciso dal popolo tibetano in base alle loro aspirazioni collettive”.

I principali obiettivi della riunione speciale di questi giorni – spiega infine la Kashag nel comunicato – sono quelli di avere una discussione aperta sulle problematiche del Tibet, in un momento storico cruciale e di valutare opinioni e punti di vista relativi alla politica dell’Amministrazione Centrale tibetana.

Venerdì scorso il Dalai Lama ha inviato un messaggio a tutti i tibetani spiegando i motivi della convocazione della conferenza e ribadendo, nella lotta per l’autonomia dalla Cina, la sua fedeltà all’approccio nonviolento, che si richiama alla “terza via” predicata dal Buddha. Il leader religioso in quel messaggio ha ricordato come il suo intento sia stato sin dall’ inizio la costruzione di una democrazia in Tibet, facendo intendere, pur senza scriverlo chiaramente, di essere pronto a lasciare la carica politica nel momento in cui la democrazia nel suo Paese sia compiuta.

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