Tsondue è un monaco del monastero Kirti di McLeod Ganj, Dharamsala. Ha la stessa apparenza di ogni altro monaco – la testa rasata, il vestito bordò, il rosario - se non fosse per quella qualità intensamente seria e tuttavia serena del suo sguardo, che dirige – il più delle volte – verso il pavimento. È seduto in una stanza con altri tre monaci più giovani. Mentre parlano, ascolta con molta attenzione e prende appunti nel suo quaderno. Quando tocca a lui parlare, tutti nella stanza si alzano, congiungono le mani in segno di preghiera per offrire la loro benedizione, ed escono.
Tsondue comincia a parlare: la sua voce è roca, il tono è basso. Sono le prime parole che pronuncia in quattro anni. Ha fatto voto di silenzio, un silenzio in cui farà ritorno alla fine della nostra conversazione. Parla piano, enfatizzando le parole con ì gesti delle mani; ogni volta che termina una frase, accenna un sorriso e, con un leggero inchino, ringrazia per l’ascolto. Ha quarantadue anni ma sembra più vecchio, non tanto nel corpo quanto nell’atteggiamento.
“Ma le cose andarono diversamente. Nel 1989, quattro anni dopo l’inizio della mia vita nel monastero, un’ondata di proteste scatenatasi a Lhasa si è diffusa in tutto il Tibet. Con altri tre monaci, avevo in programma di prendere attivamente parte alle manifestazioni, ma, prima che fosse possibile, la polizia mi colse mentre affiggevo un poster in difesa del Dalai Lama e mi arrestò. Mi interrogarono in dieci, cercando di estorcermi i nomi dei miei compagni. In seguito al mio ostinato rifiuto di denunciarli, fui e picchiato e torturato”. Tsondue porta ancora i segni di quell’episodio su mani, braccia e schiena. “Mentre mi pestavano con i bastoni – ricorda – i poliziotti mi deridevano, dicendomi che il Dalai Lama sarebbe senz’altro accorso a salvare un uomo tanto coraggioso. Lo scherno, perfino più del dolore fisico, rese la situazione intollerabile: persi i sensi diverse volte”.
“Una volta rilasciato, tornai nel mio monastero ma fui mantenuto sotto stretta sorveglianza. La mia stanza fu sottoposta a periodiche perquisizioni, nell’ultima delle quali, nel 1994, i poliziotti trovarono una foto del Dalai Lama e mi chiesero di presentarmi al commissariato il giorno successivo. Quella notte, solo e senza avvisare nessuno nel monastero, fuggii sulle montagne di Golog, dove per sei mesi mi nascosi dai poliziotti inviati sulle mie tracce. Poi, l’ultima notte dell’anno, scappai verso Lhasa e lì, con un amico, pagai una guida che ci conducesse attraverso il confine del Nepal; in seguito, mi rifugiai in India. Da allora – dice scuotendo tristemente la testa – non sono mai tornato a casa”.
Con un ultimo inchino, Tsondue sorride, si alza e si dirige verso la porta. Prima di uscire si ferma e mi guarda negli occhi. Quello sguardo risoluto e sereno è ora completamente puntato su di me: “Racconta la mia storia”, mi chiede, “per favore”. E aggiunge: “Non voglio che chi ascolta stia dalla mia parte, perché finché esistono parti opposte non esiste pace. Bisogna che ciascuno capisca, da sé, qual è la strada verso verità e libertà”. Poi china leggermente il capo e, con passo lento, va via. Tornando al suo silenzio.




