RSS

Archivio Mensile: luglio 2008

Tsondue, monaco rompe il silenzio per raccontare

Riportiamo un articolo di oggi da PeaceReporter.it

Tsondue è un monaco del monastero Kirti di McLeod Ganj, Dharamsala. Ha la stessa apparenza di ogni altro monaco – la testa rasata, il vestito bordò, il rosario -  se non fosse per quella qualità intensamente seria e tuttavia serena del suo sguardo, che dirige – il più delle volte – verso il pavimento. È seduto in una stanza con altri tre monaci più giovani. Mentre parlano, ascolta con molta attenzione e prende appunti nel suo quaderno. Quando tocca a lui parlare, tutti nella stanza si alzano, congiungono le mani in segno di preghiera per offrire la loro benedizione, ed escono.

McLeod GanjTsondue comincia a parlare: la sua voce è roca, il tono è basso. Sono le prime parole che pronuncia in quattro anni. Ha fatto voto di silenzio, un silenzio in cui farà ritorno alla fine della nostra conversazione. Parla piano, enfatizzando le parole con ì gesti delle mani; ogni volta che termina una frase, accenna un sorriso e, con un leggero inchino, ringrazia per l’ascolto. Ha quarantadue anni ma sembra più vecchio, non tanto nel corpo quanto  nell’atteggiamento.
“Vengo da Golog, nella provincia di Amdo, in Tibet, dove ho trascorso l’infanzia con la mia famiglia di pastori nomadi. Mia madre è morta quando avevo otto anni, mio padre quando ne avevo sedici. Rimasto orfano, ho seguito la mia tribù nomade per altri tre anni, fino al mio ingresso nel monastero Kirti di Nawa. Lì, all’età di diciannove anni, mi fu data, per la prima volta in vita mia, la possibilità di studiare. Al tempo non sapevo leggere, né scrivere ed entrando in monastero avrei dovuto dedicare i successivi dieci anni allo studio. Dieci anni!”, ripete con l’entusiasmo di quel momento che ancora gli balugina negli occhi.
McLeod Ganj“Ma le cose andarono diversamente. Nel 1989, quattro anni dopo l’inizio della mia vita nel monastero, un’ondata di proteste scatenatasi  a Lhasa si è diffusa in tutto il Tibet. Con altri tre monaci, avevo in programma di prendere attivamente parte alle manifestazioni, ma, prima che fosse possibile, la polizia mi colse mentre affiggevo un poster in difesa del Dalai Lama e mi arrestò. Mi interrogarono in dieci, cercando di estorcermi i nomi dei miei compagni. In seguito al mio ostinato rifiuto di denunciarli, fui e picchiato e torturato”. Tsondue porta ancora i segni di quell’episodio su mani, braccia e schiena. “Mentre mi pestavano con i bastoni – ricorda – i poliziotti mi deridevano, dicendomi che il Dalai Lama sarebbe senz’altro accorso a salvare  un uomo tanto coraggioso. Lo scherno, perfino più del dolore fisico, rese la situazione intollerabile: persi i sensi diverse volte”.
“Dopo un mese di interrogatori fui condannato a due anni di reclusione nella prigione di Nawa. In carcere passai il mio tempo con prigionieri cinesi, provenienti per la maggior parte da altre regioni del Paese. Dopo una vita passata in completo isolamento rispetto alla popolazione cinese, nella solidarietà che deriva dalla condivisione della stessa sofferenza, feci amicizia con dei cinesi”.
McLeod Ganj“Una volta rilasciato, tornai nel mio monastero ma fui mantenuto sotto stretta sorveglianza. La mia stanza fu sottoposta a periodiche perquisizioni, nell’ultima delle quali, nel 1994, i poliziotti trovarono una foto del Dalai Lama e mi chiesero di presentarmi al commissariato il giorno successivo. Quella notte, solo e senza avvisare nessuno nel monastero, fuggii sulle montagne di Golog, dove per sei mesi mi nascosi dai poliziotti inviati sulle mie tracce. Poi, l’ultima notte dell’anno, scappai verso Lhasa e lì, con un amico, pagai una guida che ci conducesse attraverso il confine del Nepal; in seguito, mi rifugiai in India. Da allora – dice scuotendo tristemente la testa – non sono mai tornato a casa”.
“I miei sentimenti sono di speranza. In passato giunsi al punto di voler uccidere coloro che mi avevano arrestato, torturato e costretto a lasciare la mia casa e quando partii dal Tibet ero pieno di rabbia. Poi, però, ebbi la fortuna di ascoltare gli insegnamenti del Dalai Lama e finalmente capii: non esiste alcun beneficio nella violenza, in nessun caso, da nessuna delle due parti. Sono riuscito a perdonare tutti quelli che mi hanno fatto del male. Ora non ho che compassione per loro, perché mi rendo conto che sono vittime, proprio come lo sono io e il mio popolo: vittime delle condizioni, dell’ignoranza, della politica. Prego ogni giorno perché arrivi il momento in cui cinesi e tibetani possano recuperare la storia di fratellanza che hanno costruito vivendo fianco a fianco per secoli”.
McLeod GanjCon un ultimo inchino, Tsondue sorride, si alza e si dirige verso la porta. Prima di uscire si ferma e mi guarda negli occhi. Quello sguardo risoluto e sereno è ora completamente puntato su di me: “Racconta la mia storia”, mi chiede, “per favore”. E aggiunge: “Non voglio che chi ascolta stia dalla mia parte, perché finché esistono parti opposte non esiste pace. Bisogna che ciascuno capisca, da sé, qual è la strada verso verità e libertà”. Poi china leggermente il capo e, con passo lento, va via. Tornando al suo silenzio.
 
Leave a comment

Pubblicato da su luglio 31, 2008 in notizie, tibet

 

Etichette: , , , , ,

Giappone, mistero per le dimissioni

Riportiamo qui un articolo del 2007, di PeaceReporter.it riportato da Sayonaragiappone,

Dietro le dimissioni del ministro dell’Agricoltura, la propaganda di una setta religiosa

Oscuri retroscena.

Dopo il suicidio del ministro dell’Agricoltura avvenuto due settimane fa, l’esecutivo del Premier giapponese Shinzo Abe subisce un secondo, pesante contraccolpo: le dimissioni di Fumio Kyuma, titolare della Difesa. La terza cattiva notizia, a pochi giorni dalle elezioni del Senato, è che gli indici di popolarità della coalizione conservatrice, sono in caduta libera: 30 percento, secondo gli ultimi sondaggi. Le dimissioni di Kyuma, apparentemente scaturite dall’indignazione popolare – e politica – seguita al suo commento sui bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki (“non potevano essere evitati”), sono invece la conseguenza di un’azione di lobbying da parte di un partito politico, il Komeito, alla vigilia del rinnovo del ramo più importante della Dieta nipponica. Una pressione che fa leva sulla propaganda e sul populismo. E che svela inquietanti e oscuri retroscena.

Facciamo un passo indietro.

La coalizione del Primo ministro Abe è formata dal Partito Liberaldemocratico e dal Komeito, formazione germinata nel 1964 da una setta religiosa buddhista, e diventata negli anni la sua vetrina. Tale setta si chiama Soka Gakkai. Esponenti politici del Komeito, dai quadri ai semplici impiegati, sono tutti membri della setta, nonostante il partito sia formalmente separato da essa. Alla guida della Soka Gakkai è l’uomo che l’Asia Week Magazine ha piazzato al diciannovesimo posto tra i più potenti dell’Asia. Si chiama Daisaku Ikeda. Il suo punto di forza: 12 milioni di adepti (tra i quali gli 8 milioni di elettori del Komeito), amicizie influenti e frequentazioni dei maggiori leader mondiali, anche alcuni tra i più discussi e controversi, come Noriega, Ceausescu, Castro. La principale finalità della Soka Gakkai (‘società per la creazione di valori’, in giapponese) è quella di “perseguire la pace come ideale”. La setta, la cui base è attualmente il ceto medio-basso (e le casalinghe in particolare), ebbe particolare successo nel dopoguerra, quando cominciò a offrire aiuto materiale e morale agli agricoltori spossessati delle loro terre, ai disoccupati, ai reduci dei bombardamenti. Fondata su un sistema di ideali genuini, la Gakkai si è via via trasformata, attirando su di sé critiche e denunce, soprattutto da quando è diventata la ‘creatura personale’ del padre-padrone Ikeda. Il guru, o ‘sensei’ (‘maestro’), ultra-settantenne, trascorre il suo tempo viaggiando e professando una filosofia intrisa di messianesimo e pacifismo, nonostante i suoi seguaci non abbiano – in più occasioni – disdegnato la violenza quando occorreva mettere a tacere gli oppositori politici o religiosi. Più di 10 anni fa, membri della setta attaccarono la sede della corrente buddhista antagonista Nichiren Shoshu con bombe e torce. I detrattori della Soka Gakkai dicono che i suoi membri vengono minacciati di finire all’inferno, se criticano o abbandonano la Gakkai. Equivalente buddhista di un Esercito della Salvezza – innegabile l’attività umanitaria e di sostegno economico alle fasce più bisognose della popolazione – il suo patrimonio è valutato dai più informati sui 60 miliardi di euro.

Mani legate.

E’ stato il partito Komei a chiedere ufficialmente ad Abe le dimissioni del ministro della Difesa a causa delle sue esternazioni. Il Komei fa parte del governo nonostante l’articolo 20 della Costituzione sancisca la netta separazione tra attività politica e attività religiosa. E, nonostante i suoi propositi pacifisti, il partito ha votato a favore dell’invio di 500 soldati giapponesi in Iraq e del progetto dell’esecutivo di riarmare il paese con due disegni di legge atti alla ristrutturazione dell’apparato militare. Oggi, per non patire una disfatta alle elezioni del 29 luglio, il Premier nipponico non può che affidarsi alla capacità di mobilitazione dei militanti della Soka Gakkai.

Peace Reporter.net

C’è una cosa che il pur bellissimo articolo non dice: che la Souka Gakkai era anche alle spalle della Aum Shinrikyou, la setta che nel 1995 mise il sarin nella metropolitana di Tokyo; il Giappone è uno dei paesi peggio conciati di questo inizio secolo, e come si può ben vedere, Vaticano o buddhisti cambia poco; le istituzioni religiose cercano sempre di corrompere e rovinare la vita dei paesi laici…Ma in ogni caso fa piacere sapere che la coalizione di Abe è precipitata in popolarità, forse è un segno di cambiamento.

 
3 Comments

Pubblicato da su luglio 31, 2008 in notizie

 

Etichette: , , ,

Il pianto del Buddha per le statue in Bamiyan si può fermare con il laser

Chi non ricorda la statue di Buddha bombardate in Bamiyan dai guerriglieri talbani?

Ecco qualche link dove rivedere fotografie ed informazioni su quel tragico evento, che scatenò stupore in ogni parte del mondo, che nacque, più che altro, per l’importanza storica ed artistica di quelle Statue.

Pianto su Bamiyan

Reportage fotografico di Sergio Trippodo

Articolo di “Repubblica”

Una cosa che forse non tutti sanno è che…

un artista di origini nipponiche di nome Hiro Yamagata ha deciso di ricostruire le statue. In che modo vi chiederete?
Non con lo stucco e la spatola, ma bensì usando la tecnologia.

L’idea è quella di utilizzare il laser per compiere quest’opera.

Il progetto consiste nel posizionare un sistema di laser a 500 mt, 1 km e 5 km di distanza dalle colline  di Bamiyan che proietteranno delle riproduzioni delle originali Statue di Buddha, di colori fluorescenti.

L’energia che servirà per far funzionare i laser sarà prodotta da pannelli solari e pale eoliche. L’intento sarebbe anche quello di produrre sufficiente energia da portare la corrente anche alla popolazione del Bamiyan.

Esiste anche un sito dedicato proprio a questo progetto, dove si possono leggere la tabella di marcia del progetto, i dettagli e molte altre informazioni.

L’esibizione dovrebbe esserem messa in scena nel 2012, quindi…non ci resta che aspettare!

 
2 Comments

Pubblicato da su luglio 24, 2008 in curiosità, notizie

 

Etichette: , , , , , , , ,

Quando un Buddha scala le montagne

È possibile che il Buddha scali una montagna? Pare proprio di sì…

Vorremmo proporvi il filmato di un gruppo di alpinisti che, un paio di anni fa, avevano avuto la bella idea di portare la statua di un Buddha – si trattava di Pu-tai - sulla vetta di una montagna.

L’evento scatenò un dibattito molto acceso, tra chi si trovava d’accordo con l’iniziativa degli alpinisti e chi invece era contrario, considerando il portare un simbolo di una religione diversa da quella cristiana un’invasione in campo straniero.

Ma perché gli alpinisti portarono il Buddha sulla cima del Pizzo Badile (alt. 3308 mt, Alpi Retiche, Val Masino))?

In effetti si trattava di un gesto più che altro provocatorio che voleva toccare, in qualche modo, le coscienze di tutti i frequentatori delle montagne e degli alpinisti e scalatori.
Come si legge sul sito della Valdimello «sia monito alla smisurata fioritura di croci e lapidi che, con il ritiro dei ghiacciai, sono “le grandi piaghe che stanno dilagando sulle nostre alte montagne”»

Interessante, nel filmato, sono i commenti che si alternano al video della scalata che testimonia l’evento.

Link dove potete leggere alcuni commenti sull’evento:

Sito Valdimello.it

Articolo del “Corriere della Sera”

Topic e commenti sul forum “Planet Mountain”

Travel Blog

 
Leave a comment

Pubblicato da su luglio 24, 2008 in notizie, video

 

Etichette: , , , , , , , , , , ,

Tour del Potala, la residenza del Dalai Lama

Avreste tanta voglia di visitare il Potala, il palazzo a Lhasa dove vivevano i Dalai Lama fino al 1959, ma non avete mai avuto la possibilità di andarci?

C’è qualcuno che vi ci porta e ve lo fa vedere direttamente seduti da casa.

Ecco qualche anteprima…

Potala in estate

 
Leave a comment

Pubblicato da su luglio 23, 2008 in tibet

 

Etichette: , , , , ,

Il Buddha grasso? Ma quando mai….

È molto facile, parlando con amici e conoscenti, di sentire pronunciare la frase “grasso come un Buddha“. Beh, mai frase fu più inappropriata!

La maggior parte delle persone infatti identifica il Buddha Shakyamuni con quella famosa statuina, che si vede spesso in giro, che rappresenta un monaco grasso dalla testa rasata. In realtà quella figura non è il Buddha e non avrebbe neanche potuto essere così…”in carne”.

Prima di raggiungere l’Illuminazione, una delle tante prove a cui il Buddha si sottopose fu il digiuno, come richiesto ancora oggi dalla regola dei Bhikkhu, i monaci buddhisti, e nel Canone Pali si legge come il Buddha stesso descrivesse gli effetti dei suoi lunghi digiuni:

Rappresentazione del Buddha

Rappresentazione del Buddha

«Il mio corpo raggiunse uno stato di estrema magrezza; gambe e braccia divennero come canne vecchie e appassite a causa del troppo poco cibo; il mio sedere divenne come il piede di un cammello; la mia spina dorsale divenne come le perle di un rosario, con le vertebre sporgenti e rientranti; le costole sporgevano come le vecchie travi di una casa scoperchiata; le pupille, infossate e piccolissime, rilucevano nelle mie orbite come in un pozzo i sottostanti specchi d’acqua rilucono in modo evanescente; la pelle del mio capo divenne vuota e grinzosa come una zucca selvatica tagliata fresca lasciata al sole; e quando volevo toccare il ventre giungevo alla spina dorsale, e quando volevo toccare la spina dorsale, giungevo di nuovo al ventre; cosí vicino mi era venuto il ventre alla spina dorsale per questa nutrizione estremamente scarsa; se volevo evacuare sterco e urina cadevo in avanti. Per rinforzare questo corpo, allora io strofinavo le membra con la mano, e mentre io cosí strofinavo le membra, cadevano i peli, putridi alle radici» (M. XXXVI).»

Anche l’iconografia non ha mai rappresentato il Buddha come una persona grassa, infatti gli stessi artisti ellenistici si ispirarono proprio alle parole qui di sopra trascritte per prendere ispirazione per le loro raffigurazioni di Buddha. Inoltre, in India e per il popolo indiano, la magrezza è il simbolo della povertà e quindi il Buddha non sarebbe mai stato rappresentato così grasso, ma piuttosto…asciutto.

Ma allora chi è quella figura che viene rappresentata in quel modo e che viene sempre scambiata per il Buddha? Come si può leggere qui si tratta ditutt’altra persona.

Il “buddha grasso”, se così si può dire, si tratta di P’i-pu-tai Ho-shang (che significa Piccolo-monaco Sacco-di-cuoio), che abbreviato per comodità, diventò Pu-tai.

Pu-tai o "Piccolo Monaco Sacco di Cuoio"

Pu-tai o "Piccolo Monaco Sacco di Cuoio"

Secondo le scritture si tratterebbe di un seguace cinese del Buddha, che visse intorno al 900 dopo Cristo. Si legge anche che durante la sua vita si dedicò molto agli stravizi, conducendo una vita da gaudente. Una volta stanco di questo tipo di vita, Pu-tai decise di dedicarsi alle discipline ascetiche, e vi si dedicò con così tanto impegno che riuscì perfino a raggiungere l’Illuminazione, meritandosi così l’appellativo di Buddha.

Generalmente è raffigurato come un monaco, con la testa rasata e con un grosso sacco che si porta sempre appresso, nel quale – e da qui deriva il nome – ci sarebbero raccolte tutte le gioie terrene. Spesso viene anche raffigurato con tanti bambini intorno che cercano di imprigionarlo in rappresentanza dei vizi della vita a cui è riuscito a sfuggire.

Grazie alla sua storia, viene spesso invocato perché aiuti a conseguire le gioie materiali insieme all’appagamento dei sensi e alla realizzazione spirituale.

In Giapponese Pu-tai è diventato Hotei, mentre in Tibet è conosciuto come Hva-sang, rappresentato grasso e felice, con in mano un rosario e una conchiglia, spesso circondato da bambini.

Come sempre, le leggende sono sempre un po’ diverse a seconda delle versioni di chi le scrive o le racconta.

Leggi la storia di Budai secondo Wikipedia.

E c’è anche un gioco che ha come soggetto la storia di Budai…

 
1 Comment

Pubblicato da su luglio 23, 2008 in curiosità

 

Etichette: , , , , , , , , , ,

Ebook su buddhismo e Buddha

Per chi conosce la lingua inglese, ecco un paio di link che potrebbero risultare interessanti.

Raccolta ebook su Buddha
Raccolta ebook su buddhismo

 
Leave a comment

Pubblicato da su luglio 21, 2008 in curiosità, web

 

Etichette: , , , , ,

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 180 other followers